Nella trappola delle slot

Nella trappola delle slot

Nella trappola delle slot

29/09/2019

Smettere è la parte più facile. Quella difficile è non ricaderci. Stiamo parlando del gioco d’azzardo, inquadrato solo dieci anni fa come un problema di gestione del controllo e oggi invece trattato come quello che è, e cioè una dipendenza patologica. Se ne è parlato a Nonantola (Mo), nel corso di un convegno che ha dato voce alle politiche dell’Ausl sul piano locale di gestione del gioco d’azzardo patologico.
Anzitutto, il nome: perché le parole contano. «Non è il gioco a creare dipendenza - ha detto Giorgia Pifferi, referente dell’Asl di Modena per il progetto “Gioco d’azzardo patologico” - ma è il gioco d’azzardo che lo fa. Abbiamo iniziato nel 2008 ad accogliere persone che ci facevano domande su questa patologia e in dieci anni il loro numero è sempre aumentato». Per fortuna, però, di gioco d’azzardo si parla, creando le basi per una rete che sappia dare risposte.

Aiuto, si gioca!
Si comincia da una consapevolezza: quella del giocatore oppure quella di un suo familiare (cui vengono allora forniti consigli per motivare la persona interessata a iniziare il percorso). «Il primo contatto - ha aggiunto Pifferi - avviene al nostro servizio dipendenze, presente in ogni distretto sanitario della provincia. Ci si può presentare di persona o telefonare, con appuntamento o senza. La consulenza è sempre gratuita». La valutazione successiva è multidisciplinare: intervengono un medico psichiatra, uno psicologo, un educatore o assistente sociale. Tutti insieme preparano un percorso personalizzato per ogni singolo caso.

Facile smettere, difficile resistere
Ma se smettere di giocare è paradossalmente semplice, assai difficile è resistere alla tentazione di ricominciare. «Spesso - ha aggiunto la dottoressa Pifferi - si presentano persone che hanno già smesso di giocare e che hanno messo in atto strategie protettive del denaro che rimane, e che dunque hanno bisogno di non ricominciare. Persone che hanno accumulato 5mila, ma anche 30mila, addirittura 500mila euro di debiti. Persone che hanno bisogno di cambiare completamente il loro stile di vita e il loro modo di pensare». All’atto pratico, significa che bisogna cambiare strada quando si va al lavoro per non passare più davanti alla sala con le macchinette. 

I numeri? «Fanno paura»
Per una cura efficace, l’idea dell’Asl è quella di cogliere i segnali precoci e intervenire prima possibile. Ma il ventaglio si apre sempre di più: gli smartphone hanno aperto possibilità di accesso maggiori al gioco d’azzardo e ridotto la fascia di età che su di esso si affaccia. Con numeri che «fanno paura», come ha detto il dottor Gaetano Farina, medico psichiatra responsabile del Sert di Castelfranco Emilia. I dati sono quelli dell’istituto nazionale della sanità, e dicono che nell’ultimo anno 18 milioni di italiani (il 36,4% della popolazione totale) hanno giocato almeno una volta. Di questi, 6 milioni sono giocatori a rischio, di cui 2 milioni addirittura problematici cioè vicino alla patologia. Ma a cosa giocano queste persone? I giocatori patologici più spesso con le slot machine o con le scommesse virtuali, i giocatori cosiddetti “sociali” a rischio più basso in prevalenza a lotterie istantanee. Il 17% di questi sono over 65, ma il 29% sono minorenni: significa che 670mila persone tra i 14 e i 17 anni ha giocato negli ultimi 12 mesi In prevalenza a lotterie istantanee o scommesse sportive, in tabaccheria o sale scommesse piuttosto che al bingo come gli over 65. Di questi, 70mila ragazzini sono problematici nonché a rischio di altre dipendenze. Il 40% degli studenti giocatori, ad esempio, ha anche fatto uso di cannabis negli ultimi 12 mesi. «Nessuno di questi ragazzi - ha puntualizzato Farina - arriva nella rete dei servizi. Sotto i 19 anni nel 2017 non abbiamo avuto alcun nuovo utente».

Miliardi e miliardi in un gioco senza vittoria
Qualche milione di euro nel gioco? No, centinaia di miliardi. Nel 2017 in Italia sono stati spesi per il gioco d’azzardo 101 miliardi di euro, un quarto di questi online. L’ Emilia Romagna è la quarta regione in Italia per quantitativo di denaro giocato; Bologna è la città che gioca di più, poi c’è Modena con 1 miliardo di euro giocati nel 2017. Scendendo ancora nel territorio, 16 milioni sono stati spesi a Nonantola (significano circa 1071 euro a testa l’anno), 40milioni invece a Castelfranco (1260 euro per ogni abitante).

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